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domenica 31 agosto 2014    
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Santuario di Banchette

Immerso nel verde, ai piedi della Rovella, forse poco conosciuto ma comunque molto suggestivo, il santuario di Banchette si trova in una posizione soprelevata e una ripida ma armoniosa stradina di ciottoli conduce il fedele, attraverso un arco su cui si arrampica una rosa cangiante, al vivido prato verde antistante la chiesa dalla splendente facciata bianca; insomma, è il luogo idilliaco in cui il fedele può riscoprire la tranquillità ed il silenzio profondo della fede.

LA TRADIZIONE E LA STORIA

Su questo santuario, un po’ come su tutti i luoghi di culto antichi, aleggia la leggenda che vuole che nel luogo dove ora sorge la chiesa fosse presente un affresco della Madonna contro il quale un folle avrebbe scagliato una pietra colpendo la Vergine sul volto (da cui la denominazione di “Madonna dal bull”) e suscitando l’indignazione della popolazione che per rimediare al danno compiuto decise di costruivi attorno una chiesa a cui incorporarono la colonnina con l’affresco della Madonna, presente tuttora all’interno della chiesa. La leggenda tuttavia pare non essere infondata infatti il dipinto presenta un visibile sfregio sul viso oltre a frammenti di altri dipinti che fanno pensare alla presenza di una cappelletta antica completamente dipinta.
A far riflettere è anche il titolo di “Madonna della Misericordia” dato alla chiesa; infatti, solitamente, nei dipinti cinquecenteschi, questo titolo si riferisce a icone dipinte in piedi con le braccia aperte e con un gran manto, sorretto da angeli, sotto cui sono raccolti i fedeli; tuttavia la Madonna di Banchette è seduta in trono e tiene tra le braccia il Bambino ; questo fa pensare che il titolo sia dovuto all’atto sacrilego subito dalla Vergine.
Il primo documento risale al 1514, si tratta di un atto testamentario richiesto da un appestato che a causa della sua malattia non ha potuto richiedere il documento ad un notaio e perciò si era rivolto al vicecurato Azario volgendo le sua prime volontà proprio alla chiesa di Banchette.
La più antica descrizione della chiesa risale al 1573 : era ricoperta solo in parte da volta e mancava il pavimento, le finestre erano senza vetri, aveva due altari ornati di affreschi; ciò sta a testimoniare l’importanza che questa chiesa, pur non essendo parrocchiale, aveva raggiunto. Alla fine del sec. XVI la chiesa fu ampliata e portata a tre navate.

Possiamo avere la descrizione della chiesa da un documento riguardante la visita pastorale del 1606 che la vede completa di pavimento e di volta, con tre altari anche se quelli laterali erano spogli di qualsiasi arredo; l’immagine della Madonna era ancora attorniata da altri affreschi che il vescovo aveva ordinato di ridipingere o distruggere, riservando però particolare attenzione per l’affresco della Vergine, oggetto di grande devozione. Inoltre il vescovo aveva invitato ad ampliare il coro che venne però edificato, insieme al campanile,negli anni successivi, in pietra locale.
L’effige della Madonna delle Grazie era stata coperta da una vetrata per proteggerla e intorno al 1625 era stata attorniata da un’ancona di cui era già provvisto anche l’altare maggiore.

Come capita ancora oggi nei luoghi di culto, anche il santuario di Banchette veniva assalito dalle bancarelle dei mercanti tanto che nel 1619 fu necessario, per impedirne l’invadenza, regolare questa attività.
La chiesa, anche se in alcuni documenti viene chiamata “oratorio campestre” gode di una grande affluenza di fedeli; si accenna anche a miracoli ed a ex voto in rendimento di grazie ricevute.
La sete di sovrannaturale ed i bisogno di aiuti divine coinvolse in questo periodo tutto il Biellese, tuttavia nella maggior parte dei casi si esaurì nell’arco di un secolo. Per Banchette si prolungò fino ai giorni nostri, soprattutto grazie ad una grande devozione alla Vergine legata alla statua della Madonna Addolorata presente nel santuario e risalente al 1750 circa.

L’EREMITA E L’AMMINISTRAZIONE

La casa del cappellano era abitata da molto tempo ormai da un eremita che si chiamava Ubertino Perotti, probabilmente di origini locali.
Nel 1665, Perotti,era ancora un eremita; a lui spettava attendere alla coltivazione dei beni terrieri della chiesa.
Col passare del tempo si susseguirono altri eremiti con il compito di salvaguardare i beni terrieri.
Vista la grande affluenza di fedeli e di conseguenza la cospicua quantità di offerte, fu presa decisione di istituire un’amministrazione formata da quattro persone tra cui il parroco di Bioglio che fungeva anche da guida per la gestione del santuario. Il compito di questi rappresentanti era quello di eleggere ogni anno un ministro a cui spettava la cura delle entrate e delle uscite con rendiconto annuale del proprio operato. La grande partecipazione del popolo alle celebrazioni costringe l’amministrazione a chiedere l’intervento di un cappellano per confessare i fedeli.

IL SACRO MONTE

Si progettò inoltre di edificare, come avviene nei grandi Santuari, una serie di cappelle, rappresentanti i misteri della vita della Madonna. Il progetto non venne portato a termine; si completò soltanto la prima cappella dedicata all’annunciazione (1710). La seconda cappella, detta “la Rotonda”, in cima alla Rovella , non fu mai ultimata. La cappella dell’annunciazione conserva al suo interno alcune statue in terracotta raffiguranti l’Eterno Padre, attorniato da Angeli e Cherubini della Gloria, in questo gruppo statuario si può vedere la mano dei fratelli Aureggio di Biella che lavorarono anche ad Oropa.
Le porte del santuario (di cui oggi possiamo ammirare solamente quella centrale in quanto le due laterali furono murate e sostituite da finestre) erano state scolpite a motivi geometrici nel 1703 da Bernardo Guala di Bioglio.

IL SANTUARIO ALL’EPOCA NAPOLEONICA

Durante l’epoca napoleonica il santuario fu salvato dalla soppressione perché, grazie ai numerosi lasciti, fu trasformato in opera di pubblica beneficenza. In alcuni documenti si legge che i redditi del santuario dovessero essere distribuiti equamente: ai poveri infermi, ad un maestro pubblico per istruire la gioventù sui principi democratici e sull’ aritmetica, ed al parroco.

NEL NOSTRO SECOLO

Al principio del1900 il Santuario conobbe un periodo di decadenza, a causa della mancata presenza di un cappellano residente in loco. Per interessamento del padre Umberto Mazzia di Pettinengo tale Santuario venne dato in mano ai Barnabiti che lo risollevarono sia materialmente (con l’aiuto dell’ing. Quinto Grupallo), che religiosamente.
In questo periodo venne demolito l’altare Maggiore in finto marmo, della prima metà del sec XVIII, che poteva attribuirsi ai fratelli Solari; era addossato alla parete di fondo e sormontato da un ancona che copriva in parte l’affresco di prima devozione. Venne inoltre demolito il pulpito tardo seicentesco, formato da pannelli ovali recanti un grande Cherubino, divisi da cascate di frutta. Venne rimossa la balaustra in ferro battuto che cingeva il presbiterio in modo da dare più visibilità al nuovo altare maggiore in marmo; fu in seguito arricchito con due tele pregiate raffiguranti i profeti Isaia e Geremia di cui non conosciamo gli autori.
La sacrestia, dello stesso periodo del portone centrale e della bussola barocca, è ornata di pannelli lignei, lavorati a motivi geometrici. Nella sacrestia si conserva un elegante credenzone, originale solo in parte, mentre per quanto riguarda gli arredi sono rimasti un reliquiario in lamina d’argento del sec. XVIII un calice del sec. XVII e una pianeta ricamata in oro del sec. XIX.
La chiesa fu isolata dall’edificio che nei secoli passati fu addossato al coro, riportando così alla luce il suo elegante stile architettonico. La facciata, sproporzionata a causa dell’aggiunta delle due navate laterali, venne abbellita da un piccolo pronao che protegge il portone centrale e la lunetta, raffigurante la Madonna della Misericordia sorretta da Angeli, dipinta dopo la visita pastorale del 1606.
Nel 1954 si diede avvio al restauro della Madonna, liberandola dai muri perimetrali e mettendo in luce parte del dipinto che era stato nascosto per secoli. Il restauro fu ad opera del prof. Guido Fiume.
L’esecuzione di questo affresco è da collocarsi alla fine del XV sec. l’autore probabilmente va ricercato tra gli allievi o i figli del pittore novarese Daniele De Bosis.
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